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NEUROPSICHIATRIA INFANTILE E LOGOPEDIA

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NEUROPSICHIATRIA

INFANTILE

Quando e perchè rivolgersi al Logopedista?
I bambini che si sottopongono a trattamento logopedico hanno un’età che va in media dai 4 agli 8 anni. Si tratta apparentemente di un fenomeno curioso, ma che pone le proprie radici in alcune credenze che, al contrario, non hanno alcuna base scientifica.
Di seguito cinque dei miti più comuni che è importante sfatare:​
 
1. Il bambino non è ancora “pronto” per la logopedia perché troppo piccolo: solo i bimbi più gravi giungono all’osservazione del logopedista compiuti i 3 anni; per evitare l’insorgenza di “inutili ansie” nelle famiglie, quasi mai i piccoli pazienti vengono inviati in consulenza al di sotto di questa età. Questa cattiva prassi ha fatto sì che si creasse una sorta di pregiudizio nei confronti della consulenza logopedica precoce, non solo tra le famiglie, ma anche, purtroppo, tra gli esperti. Effettivamente, non sempre è possibile lavorare in modo diretto con un bambino così piccolo, ma è importante non dimenticare la funzione del logopedista nell’attività di counselling rivolto non solo ai genitori, ma a chiunque si prenda cura del piccolo. I genitori sostenuti rispetto alle migliori tecniche di stimolazione linguistica da utilizzare con il proprio bambino che ha un ritardo dello sviluppo sono in realtà genitori più sereni, dal momento stesso in cui percepiscono di aver vinto quel senso di impotenza che li tormentava.  
 
2. Il bambino è ormai grande per la logopedia e “non c’è nulla che si possa fare”: gli studi sostengono che la plasticità cerebrale ci accompagni lungo tutto il nostro percorso di vita, sebbene ciascuna fase sia caratterizzata da una ricettività particolare per specifici apprendimenti; in questo senso si parla appunto di “finestre di apprendimento”. Il successo logopedico quindi non è tanto “età correlato”, quanto invece “obiettivo correlato”. Per esempio il logopedista nell’addestramento dell’alunno con disturbo specifico dell’apprendimento utilizza mezzi compensativi nell’organizzazione del metodo di studio quando si rivolge a ragazzini che frequentano gli ultimi anni della scuola primaria o la scuola secondaria. Non avrebbe senso proporre questi strumenti a bambini più piccoli, senza prima aver cercato il miglioramento con il trattamento logopedico tradizionale. Nonostante l’utilizzo di metodi diversi si ottiene lo stesso risultato. 
 
3. Il bambino che non parla “non può” essere inserito in trattamento logopedico: l’utilizzo funzionale del linguaggio è in realtà l’obiettivo che con fatica ogni logopedista persegue; è il punto di arrivo e non di inizio della terapia logopedica! Sulla base di questo assunto, quindi, è proprio il bambino che non parla ancora, ma che per età cronologica o funzionale dovrebbe già saperlo fare, ad avere bisogno di essere inserito in un programma logopedico. Il linguaggio, inoltre, in qualità di alto e raffinato mezzo di comunicazione, si può sviluppare solo in presenza dei cosiddetti prerequisiti quali il contatto oculare e il sorriso sociale, l’attenzione condivisa, la capacità di indicazione per richiedere o per mostrare, la capacità imitativa. Il logopedista, in qualità di esperto della comunicazione, si occupa anche, attraverso l’applicazione di tecniche specifiche, di favorire l’emergere di queste competenze. 
 
4. Il bambino “è troppo grave” per capire quanto gli viene insegnato: quando il bambino presenta deficit cognitivi è purtroppo frequente che non sviluppi abilità linguistiche sufficienti e che venga avviato, quando possibile, a programmi di comunicazione aumentativa alternativa. In ogni caso, siccome spesso si tratta di bambini che presentano deficit anche a carico della muscolatura oro-facciale e della deglutizione, siano essi su base malformativa o neurologica, il logopedista interviene con esercizi passivi sul bambino e con il counselling parentale fin dai primi mesi di vita (es. esercizi volti al controllo della scialorrea, stimolazione delle abilità alimentari).  
 
5. Il bambino ha un problema “così lieve che passerà da sé con la crescita”: alcuni ritardi di linguaggio, considerati minori per tipologia e pervasività, tendono effettivamente ad andare incontro ad una evoluzione spontanea nel corso degli anni, anche in assenza di intervento specifico. 
Ma allora perché rivolgersi al logopedista è così importante anche in questi casi? 
È bene ricordare che un buon linguaggio strutturatosi entro i 5 anni, con particolare riferimento alle abilità narrative, è predittivo per il futuro successo scolastico del bambino. Non è infrequente che i cosiddetti “ritardi di linguaggio compensati” si ripresentino in futuro sotto forma di generiche difficoltà scolastiche, scarsa attitudine al confronto e alla mediazione verbale. Da non sottovalutare come questi aspetti, associati magari a difetti di pronuncia residui, possano incidere negativamente sull’autostima dell’individuo. 
 
Si invitano quindi i genitori e i pediatri di libera scelta a considerare la possibilità di richiedere una consulenza logopedica non appena lo si ritenga necessario, senza allarmismi, ma rispettando un timing utile allo sviluppo del bambino e alla tranquillità dei genitori stessi. Genitori che meritano sempre di essere ascoltati, perché nessuno conosce il figlio meglio di loro.  
 
 
 
A cura della Dr.ssa Maria Letizia Lombardi
Logopedista
 
Pubblicato il 07/07/2015

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