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SALUTE CHE FARE  

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PEDIATRIA E ADOLESCENTOLOGIA

Responsabili Scientifici Canale Pediatria:

Prof. Sergio Bernasconi - già direttore delle Cliniche Pediatriche - Università Modena - Reggio Emilia e Parma; 
Dr. Vincenzo De Sanctis - resp. Pediatria, Endocrinologia età evolutiva e medicina dell'adolescenza, Ospedale Privato  Accreditato Quisisana - Ferrara

ADOLESCENTOLOGIA

18/05/2018, 17:01

dolore, cronico, salute, come, curarlo, analgesici,



Dolore-cronico-moderato,-accesso-a-nuove-cure-sostenibili-per-una-migliore-qualità-di-vita


 Difficile da definire, in quanto soggettivo, e da diagnosticare. Il dolore è un sintomo ampiamente diffuso, tale da condizionare la qualità di vita del per un italiano su 5, e ad oggi uno dei problemi medici meno conosciuti e affrontati...



Difficile da definire, in quanto soggettivo, e da diagnosticare. Il dolore è un sintomo ampiamente diffuso, tale da condizionare la qualità di vita del per un italiano su 5, e ad oggi uno dei problemi medici meno conosciuti e affrontati. Il dolore cronico non oncologico rappresenta un problema cruciale di salute pubblica che affligge circa 12 milioni di italiani (20%) e il 22% dei cittadini europei. 
«Si tratta di una vera e propria malattia che spesso, però, nella pratica clinica è sotto-diagnosticata e sotto-trattata con evidenti conseguenze cliniche, fisiologiche e socio-economiche» spiega Consalvo Mattia, docente di Anestesia e rianimazione all’Università La Sapienza di Roma. «Una condizione dolorosa frequentemente associata a malattie croniche (per esempio reumatiche) e che colpisce maggiormente donne e anziani».
Con un impatto socio-economico devastante: secondo un’indagine UE sono in media 7,8 i giorni di lavoro persi per dolore cronico non-oncologico di entità moderata-severa, mentre nel 22% dei pazienti salgono addirittura a 10. Anche se il 55% dei pazienti non ha perso alcun giorno lavorativo, per il 26% di loro il dolore ha un grande impatto sul lavoro.
Tra i pazienti affetti da dolore cronico moderato, il 27% è rappresentato da persone over 60: il 37,7% riferisce di aver provato dolore fisico da moderato a molto forte nelle 4 settimane precedenti l’intervista, e che il 23,1% ha gravi limitazioni motorie. Le donne lamentano più degli uomini dolore fisico da moderato a molto forte (45,4 vs 27,6%) e tra le ultraottantenni la percentuale arriva al 58,6% contro il 39,2% degli uomini.
«Poiché l’incidenza di questo dolore persistente aumenta con l’età - precisa Mattia - per curarlo è necessario scegliere farmaci analgesici che non interferiscano con la funzione renale o epatica o che abbiano un impatto negativo sulla coagulazione del sangue o sulla pressione arteriosa, essendo spesso i pazienti anziani già politrattati per altre patologie».
I farmaci più utilizzati per il trattamento del dolore cronico moderato sono gli antinfiammatori non steroidei (Fans). In Italia nel 68% dei casi il dolore viene controllato con un Fans (se ne consumano 43 milioni di confezioni l’anno per curare il dolore), rispetto alla media europea del 44%, con una spesa annuale di 4556 €/paziente per costi diretti e indiretti: 3156 € (69%) per perdite di produttività (assenze da lavoro) e 1400 € a carico del SSN.
Un passo importante in termini di accesso alle cure è rappresentato dalla disponibilità di un cerotto transdermico a rilascio costante di basse dosi di buprenorfina (oppioide) con applicazione settimanale, che ha ottenuto da poco la rimborsabilità e ha dimostrato di essere efficace nel dolore cronico moderato di pazienti con osteoartrosi, dolore neuropatico, mal di schiena (low-back e upper-back pain).
«Il dolore cronico è ampiamente trattato con i Fans, con conseguenze significative in termini di effetti collaterali laddove venissero utilizzati senza controllo medico e per periodi prolungati. Un problema tutto italiano dovuto sia alla convinzione che "antinfiammatorio" è sinonimo di "analgesico", sia al fatto che molte formulazioni di farmaci antinfiammatori possono essere acquistate senza ricetta» afferma Franco Marinangeli, direttore dell’Istituto di anestesia e rianimazione all’Università dell’Aquila. «La disponibilità della buprenorfina, farmaco oppioide già collaudato in passato, in una formulazione del tutto innovativa (un cerotto della durata di 7 giorni), e a dosaggi molto ridotti (per questo con indicazione già per il dolore moderato e per pazienti fragili e affetti da diverse patologie), rappresenta un’arma importantissima nelle mani del clinico, assolutamente alternativa ad altre specialità medicinali oggi disponibili, con enormi vantaggi in termini di aderenza alla terapia da parte dei pazienti, sempre meno inclini ad assumere decine di compresse di farmaci nel corso della giornata».
Non va dimenticato che il 15 marzo 2010 l’Italia ha adottato la legge numero 38 ("Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla gestione del dolore"), un grande passo avanti per ottenere un cambiamento in termini di assistenza sanitaria per questo tipo di pazienti. Tale legge fornisce ai cittadini il diritto di accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, imponendo all’assistenza sanitaria sistemi per creare strutture dedicate per raggiungere tali obiettivi. Purtroppo, da un recente sondaggio è emerso che la maggior parte dei cittadini (61,9%) non è a conoscenza dell’esistenza di una legge specifica attestante il diritto di ricevere un adeguato trattamento per il loro dolore.
18/05/2018, 16:55

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Tiroide,-una-centralina-di-energia-per-l’organismo-fondamentale-per-tutte-le-fasce-d’età


 «La tiroide è la "centralina" che regola l’energia di tutto il nostro organismo svolgendo una serie di funzioni vitali come la regolazione del metabolismo, la produzione di calore, il controllo del ritmo cardiaco, lo sviluppo del sistema nervoso...



«La tiroide è la "centralina" che regola l’energia di tutto il nostro organismo svolgendo una serie di funzioni vitali come la regolazione del metabolismo, la produzione di calore, il controllo del ritmo cardiaco, lo sviluppo del sistema nervoso, l’accrescimento corporeo, la forza muscolare e molto altro». A sottolinearlo è Paolo Vitti, presidente della Società italiana di endocrinologia (Sie) e coordinatore/responsabile scientifico della Settimana mondiale della tiroide, dal 21 al 27 maggio, con l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione sui problemi legati alle malattie della tiroide e alla loro prevenzione di cui soffrono oltre 6 milioni gli italiani.
«La malattia della tiroide più frequente è la tiroidite di Hashimoto - spiega Vincenzo Toscano, presidente dell’Associazione medici endocrinologi (Ame) - un’infiammazione cronica autoimmune che può presentarsi a tutte le età. Molto subdola è la forma post-partum che, condizionando l’umore e il benessere della neo-mamma, viene frequentemente scambiata per depressione e non trattata. Attenzione dunque a facile affaticamento, tono depresso dell’umore, anemia e caduta dei capelli». 
«Ma una volta scoperte, le malattie della tiroide sono molto ben curabili col ripristino di una normale qualità della vita. Le terapie si possono avvalere dell’ormone tiroideo sintetico nel caso dell’ipotiroidismo, di farmaci tireostatici nel caso dell’ipertiroidismo e della terapia chirurgica nel caso di noduli tiroidei o del cancro» avverte Furio Pacini, presidente dell’Associazione italiana della tiroide (Ait).
«Il modo più efficace per prevenire le malattie della tiroide - sottolinea Massimo Tonacchera, segretario Ait - è assumere iodio in quantità adeguate. Il fabbisogno quotidiano di iodio è di 150 µg per gli adulti, 90 µg per i bambini fino a 6 anni, 120 µg per i bambini in età scolare e 250 µg per le donne in gravidanza e durante l’allattamento. L’Oms raccomanda l’utilizzo di sale iodato e, se necessario, una quantità supplementare di iodio tramite l’assunzione di integratori, soprattutto in gravidanza e nell’allattamento».
«Una normale funzione tiroidea è fondamentale in età pediatrica per assicurare un adeguato sviluppo psicofisico dall’epoca prenatale fino all’adolescenza» continua Ivana Rabbone, vicepresidente della Società italiana di endocrinologia e diabetologia pediatrica (Siedp). «Anche una carenza iodica di grado moderato può portare al mancato raggiungimento del potenziale intellettivo del bambino con una riduzione di 10-15 punti di quoziente intellettivo (QI)». 
«Le patologie endocrine sono tra le più frequenti malattie croniche nell’anziano - precisa Fabio Monzani, della Società italiana di gerontologia e geriatria (Sigg) - e in particolare l’ipertiroidismo può risultare difficile da diagnosticare perché i sintomi quali palpitazioni, cadute accidentali e fratture possono essere facilmente confusi con altre patologie legate all’età. Rispetto al giovane adulto, l’anziano risulta più vulnerabile alle complicanze cardiovascolari e metaboliche dell’eccesso di ormoni tiroidei e pertanto il trattamento va intrapreso tempestivamente».
«Oggi la medicina personalizzata sta assumendo un’importanza sostanziale nella clinica per aumentare l’efficacia delle terapie ed evitare trattamenti non necessari e dispendiosi», afferma Maria Cristina Marzola, consigliere dell’Associazione italiana di medicina nucleare (Aimn). «La cosiddetta "teranostica" (da terapia e diagnostica) rappresenta una nuova frontiera della medicina che, grazie alle informazioni ottenute dalle immagini mediche, è in grado di indirizzare e personalizzare uno specifico approccio terapeutico nel singolo paziente. A questo scopo, la medicina nucleare prevede l’uso di molecole, come il radioiodio, per il "targeting" molecolare da utilizzare sia per la diagnosi sia per la terapia di diverse patologie come i carcinomi tiroidei».
«La nuova medicina di precisione o personalizzata basata su differenze individuali, variabilità genetica, ambiente, stile di vita e personalità individuale - afferma Luisa La Colla, presidente del Comitato delle associazioni dei pazienti endocrini (Cape) - consente oggi al paziente di partecipare attivamente al proprio percorso terapeutico collaborando con tutti i professionisti coinvolti. In questo contesto è sempre più importante l’attività di informazione su stili di vita corretti e percorsi di prevenzione svolta dalle associazioni dei pazienti. Per la prevenzione delle malattie della tiroide non è necessario attuare programmi di screening ecografico generalizzato che portano a sovra-trattamento e costi non necessari, ma puntare su una corretta e capillare attività di informazione sulla popolazione sana».
18/05/2018, 16:25

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Cardiologia,-mangiare-adeguate-quantità-di-noci-può-ridurre-il-rischio-di-fibrillazione-atriale


 



Potrebbe servire a ridurre il rischio di fibrillazione atriale (FA), e forse anche di insufficienza cardiaca, il consumo di noci diverse volte alla settimana. A sostenerlo è un ampio studio svedese pubblicato su Heart. 
Secondo Susanna Larsson del Karolinska Institutet di Stoccolma, che ha guidato il gruppo di ricerca, precedenti studi avevano già suggerito le proprietà antiossidanti e antinfiammatorie associate al consumo di noci, in grado di migliorare i valori dei lipidi nel sangue e la funzione endoteliale dei vasi, oltre a prevenire l’aumento di peso corporeo. Ma fino ad oggi non si era mai studiato l’effetto su specifici eventi cardiovascolari. Così i ricercatori hanno rivalutato i dati di 2 studi di coorte su oltre 61 mila persone che avevano completato un questionario sulla frequenza di assunzione di determinati cibi e sono state poi seguite per 17 anni. 
I risultati dell’analisi hanno evidenziato come il consumo di noci sia inversamente associato a rischio di infarto miocardico, insufficienza cardiaca, fibrillazione atriale e aneurisma dell’aorta addominale. Le persone che mangiavano noci tendevano anche a essere più istruite e ad avere stili di vita più sani di quelle che non le includevano la loro dieta. Inoltre, erano meno propense a fumare o ad avere una storia di ipertensione, più magre, fisicamente più attive, bevevano più alcol e mangiavano più frutta e verdura. 
Dopo aver corretto i dati per età, sesso e altri fattori significativi, la maggior parte delle correlazioni con esiti cardiovascolari è risultata più debole. Con una eccezione: l’associazione lineare dose-risposta con la fibrillazione atriale e l’associazione non lineare con l’insufficienza cardiaca. 
In pratica, mangiare noci tre o più volte la settimana era associato ad un rischio di fibrillazione atriale inferiore del 18%. Inoltre, il consumo di noci non è risultato associato a rischio di stenosi della valvola aortica, ictus ischemico o emorragia cerebrale (ictus emorragico). I ricercatori sottolineano di non poter escludere la possibilità che le associazioni osservate siano dovute a ulteriori fattori confondenti non noti, quali reddito e occupazione, ma si dicono convinti della forza dello studio date le grandi dimensioni e il numero elevato di casi di malattie cardiovascolari segnalati. 



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