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NEUROPSICHIATRIA INFANTILE E LOGOPEDIA

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NEUROPSICHIATRIA

INFANTILE

Alleanza terapeutica e motivazione nella Logopedia

L’alleanza terapeutica con il paziente e la sua famiglia e la motivazione di tutti gli attori in gioco sono gli “ingredienti segreti” che conducono al successo del trattamento logopedico

Spesso la medicina fa riferimento ad un modello teorico di cura in cui il paziente viene posto al centro di un sistema di rete dove i professionisti condividono informazioni e indirizzi terapeutici. 
Nel trattamento logopedico il paziente è co-terapeuta e protagonista insieme alla famiglia del proprio percorso riabilitativo; non è al centro del sistema, ma è uno degli attori.
Il logopedista, quale specialista della comunicazione, inizia il proprio lavoro fin dal primo contatto telefonico con la famiglia, durante il quale il genitore dovrà sentirsi accolto e non giudicato per giungere sereno in consulenza: la serenità del genitore è infatti direttamente proporzionale alla tranquillità del bambino. 
Durante il primo colloquio il terapista illustra ai genitori i cinque momenti cardine del percorso logopedico: anamnesi, diagnosi funzionale, prognosi, definizione degli obiettivi e trattamento. Una famiglia alla quale è stata fornita un’informazione chiara e trasparente intraprenderà la terapia logopedica con maggiore consapevolezza e avrà maggiori possibilità di successo. La chiarezza dell’informazione permette la reale condivisione di obiettivi con la famiglia: in alcuni casi ci si prefiggerà la scomparsa del sintomo, in altri casi il successo terapeutico coinciderà con la gestione del sintomo stesso, la sua accettazione e compensazione. La soddisfazione del paziente e del caregiver verrà stimata nella misura in cui sarà positivamente cambiata la qualità di vita dell’intero nucleo familiare. 
 
1. Anamnesi 
Il logopedista si pone in un atteggiamento di ascolto accogliendo la richiesta della famiglia e prendendo visione dell’eventuale documentazione medica. Una buona anamnesi viene guidata riformulando ciò che il genitore racconta e ponendo domande precise e mirate alla ricerca di informazioni giudicate poco importanti, ma che possono poi rivelarsi fondamentali. Nessuno conosce il bambino meglio dei genitori e in questa sede il logopedista può farsi un’idea dell’evoluzione temporale del bambino fin dagli esordi della funzione in esame (per esempio linguaggio, apprendimenti, ecc.). Per i casi complessi è consigliabile separare il colloquio anamnestico dall’osservazione diretta del bambino in modo che sia i genitori sia il terapista si possano sentire liberi di condividere idee; per il rispetto che ciascuna persona merita, è scorretto parlare “del bambino” in sua presenza come se fosse assente, anche nel caso in cui sia molto piccolo o apparentemente non in grado di comprendere a causa della sua patologia. 
 
2.  Diagnosi funzionale 
Il logopedista effettua la diagnosi funzionale attraverso l’osservazione diretta del paziente, l’esame obiettivo delle strutture oro-facciali e l’impiego di batterie di test che indagano in modo specifico linguaggio e apprendimenti. La testistica ci permette di ottenere una “fotografia” dell’attuale funzionamento del piccolo paziente. È importante ricordare che, a parità di diagnosi clinica, è possibile ottenere diagnosi funzionali logopediche molto diverse tra loro. 
 
3.  Prognosi 
Il logopedista deve possedere, a livello teorico, modelli di sviluppo di riferimento con i quali poter confrontare il proprio paziente. La difficoltà più grande che si incontra in neuropsicologia infantile, in particolare quando si devono fare ipotesi su funzioni complesse quali linguaggio e apprendimento, deriva dal fatto che ci si trova a parlare di un individuo che per definizione è in via di sviluppo e soggetto ad un’importante azione di plasticità cerebrale. È importante anche ricordare che il bambino cresce su un’unica linea di sviluppo, pertanto spesso i nuovi sintomi che possono presentarsi sono solo diverse manifestazioni della medesima caratteristica di base. I genitori ai quali viene spiegato in modo semplice tutto ciò accettano con meno ansia e con uno stile più collaborativo le vaghe risposte che il logopedista è costretto a dare alle loro incalzanti domande (“Parlerà?”, “Imparerà a leggere e scrivere bene?”, “Quando accadrà?”) .
 
4.  Definizione degli obiettivi 
Una corretta definizione degli obiettivi permette di comunicare il giusto timing di trattamento. L’efficacia della terapia logopedica dipende soprattutto dalla qualità del lavoro svolto e dalla possibilità di monitoraggio, prevedendo eventuali periodi di pausa in concomitanza con alcuni particolari momenti evolutivi. La possibilità di verificare periodicamente gli obiettivi permette al neuropsichiatra infantile di riferimento di valutare il reale trend del trattamento logopedico. 
 
5.  Trattamento 
Il logopedista informa i genitori della propria proposta di trattamento in termini di frequenza settimanale, costi, eventuale partecipazione dei genitori alle sedute, impegno in seduta e a casa. È fondamentale che il logopedista spieghi al bambino non solo la corretta esecuzione dell’esercizio, ma anche il motivo per cui lo fa; in questo modo i bambini più grandi troveranno la giusta motivazione per proseguire nella terapia, anche quando quest’ultima mostra il proprio aspetto più “noioso”. Partecipare in modo attivo e sentirsi protagonista dei propri miglioramenti permette al bambino di responsabilizzarsi e di maturare, di crescere nella stima di sé. Parte integrante del trattamento logopedico è il “counselling” parentale (intervento professionale rivolto alla famiglia del bambino che, attraverso il colloquio e le tecniche di comunicazione più adeguate, permette al logopedista di aiutare i genitori a prendere decisioni importanti e a fronteggiare situazioni complesse cercando insieme le soluzioni possibili). I genitori devono costantemente essere informati del percorso che il figlio sta seguendo, devono essere accompagnati nel non sempre facile percorso di apprendimento di tecniche comunicative e di supporto che siano funzionali ed efficaci. 
 
L’alleanza terapeutica prevede quindi un vicendevole rapporto di fiducia tra logopedista, paziente e genitori. Se il logopedista è in grado di mettere in atto un atteggiamento empatico, nascerà o – se già presente – si rafforzerà quella motivazione necessaria per mettersi in gioco e superare in maniera positiva anche riorganizzando la propria vita (con “resilienza”) l’attesa apparentemente infinita di miglioramenti che tardano ad arrivare o eventuali peggioramenti. Il trattamento logopedico è una strada non facile, ma che si percorre insieme e che dona ai temerari grandi soddisfazioni. 
 
 
A cura della Dr.ssa Maria Letizia Lombardi
Logopedista
 
Pubblicato il 08/06/2015

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