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NEUROPSICHIATRIA INFANTILE E LOGOPEDIA

NEUROPSICHIATRIA

INFANTILE

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Come decifrare gli stati di malessere del bambino
Nel bambino piccolo, specialmente fino a quando la capacità di raccontare a parole i propri stati d’animo non è proporzionata al bisogno, i sintomi dello stress possono essere aspecifici e l’espressione del disagio psicologico può passare attraverso la disorganizzazione di alcune delle principali funzioni fisiologiche quali l’alimentazione, il sonno, il controllo sfinterico come l’enuresi (perdita involontaria di urina) e l’encopresi (emissione involontaria e spesso inconsapevole di feci), controllo motorio e socializzazione (relazione e gioco). Tra gli aspetti biologici e quelli relazionali, infatti, c’è un legame stretto, tanto maggiore quanto minore è l’età del bambino.
Dunque, non del tutto consapevoli, i bambini inviano messaggi, non sempre verbali (anzi quasi mai) che è importante imparare a decifrare.
L’osservazione è una fonte di accesso unica e privilegiata per conoscere le caratteristiche del bambino in ambito affettivo, cognitivo, sociale e interattivo; osservazione dalla quale si può imparare a valutare la comparsa e la persistenza di anomalie o veri e propri sintomi che possano mettere in luce l’insorgenza di difficoltà emotive.
A rendere la cosa difficile è la mancanza di staticità del sintomo in età evolutiva, in relazione alle diverse tappe dello sviluppo, e il fatto che uno stesso sintomo possa rappresentare l’espressione finale comune di problemi anche molto diversi così come lo stesso problema può dare sintomi diversi a seconda del momento evolutivo del bambino.
Oltre all’osservazione del comportamento del bambino, anche l’interazione con chi si prende cura di lui (caregiver), quindi con una figura adulta particolarmente significativa, sarà contributo fondamentale alla comprensione dei piccoli.
I primi tre anni di vita sono molto importanti perché in questo periodo si verificano sostanziali cambiamenti ed evoluzioni nel funzionamento individuale ed anche relazionale del bambino. Ciò che però può rappresentare un comportamento dal profondo valore evolutivo in una specifica fase, può non esserlo più qualora persista o compaia in altre fasi. Che il bambino provi una vera e propria angoscia trovandosi di fronte ad un volto “sconosciuto” verso gli 8 mesi di vita è situazione assolutamente normale, mentre è facilmente comprensibile come tale espressione emotiva possa rappresentare una difficoltà relazionale a tutti gli effetti qualora si protragga o si evidenzi in un periodo successivo.
Altra grande funzione dell’adulto è l’ascolto. Quando i bambini finalmente imparano a parlare e la parola inizia ad essere un mezzo di comunicazione appena efficace la utilizzano. Peccato che non sempre il detto e il pensato coincidano, anzi spesso ciò che davvero un bambino, ma anche un adolescente vuole comunicarci è esattamente l’opposto di quanto verbalizzi. Se il cammino di conoscenza reciproca genitori-figli inizia precocemente, non è impossibile imparare piano piano a leggere tra le righe, ad ascoltare “il non detto”, a non fermarsi ai significati immediati e primari.
In ogni modo, osservare e ascoltare il proprio figlio per conoscerlo sempre di più e arrivare a capire anche ciò che non è possibile vedere, è impresa ardua, ma necessaria. Anche in seguito a consultazione dello specialista, che potrà fornire risposte specifiche ed esperte, il più grande “esperto” del proprio figlio rimane il genitore e sarà molto importante quindi che si alleni a cercare risposte da sé, legate alla specifica circostanza di vita ed emotiva che insieme al figlio sta vivendo. È questa una fatica che renderà i suoi frutti nel tempo, ma è una risorsa che noi adulti dobbiamo mettere a servizio dei più piccoli per affrontare le numerose difficoltà della crescita e più in generale della vita.
 
 
 
Pubblicato il 12/01/2015
A cura della Dr.ssa Ciocca Barbara
Neuropsichiatra Infantile
 
 
 
 

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