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NEUROPSICHIATRIA INFANTILE E LOGOPEDIA

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NEUROPSICHIATRIA

INFANTILE

Sono tutti disgrafici i bambini con una brutta grafia?
Ultimamente sempre più ragazzini giungono in consulenza logopedica, su consiglio degli insegnanti, per sospetta disgrafia. Denominatore comune è una “brutta grafia”, in rari casi incomprensibile, più spesso disordinata, sciatta, poco curata. 
Questo fenomeno deve spingere i professionisti del settore sanitario e della formazione scolastica a una seria riflessione; quando si parla di scrittura, infatti, logopedisti e insegnanti condividono un ampio terreno comune, in modo particolare nei primi cruciali anni dell’alfabetizzazione. 
È vero quindi che sono in aumento i casi di disgrafia? Ma soprattutto: sono davvero tutti disgrafici i bambini valutati?
La prima riflessione riguarda il concetto di “aumento apparente della patologia”: l’ammontare dei bambini diagnosticati è certamente maggiore rispetto al passato, da un lato grazie alla maggiore attenzione che la scuola pone al problema dei disturbi specifici dell’apprendimento, dall’altro grazie alla possibilità che l’operatore sanitario ha di diagnosticare il problema precocemente e in modo preciso utilizzando testistica ad alta sensibilità. Fino a vent’anni fa l’alunno disgrafico trascorreva l’intervallo a copiare cento volte la stessa frase, finché non l’avesse scritta “in maniera decente”. Questo, per fortuna, oggi non accade più. È infatti chiara ai più la differenza tra mezzo e obiettivo, dove la scrittura si colloca come strumento di base per raggiungere il fine ultimo della conoscenza. 
La seconda riflessione riguarda invece la reale possibilità diagnostica di cui il sanitario dispone e l’alto rischio di falsi positivi. 
La disgrafia è per definizione “un disturbo specifico di apprendimento a carico della scrittura caratterizzato dalla difficoltà a riprodurre segni alfabetici e numerici, in assenza di deficit neurosensoriali e in presenza di adeguata istruzione scolastica”. È importante ricordare come negli anni siano cambiati i metodi didattici per l’insegnamento della scrittura: dai tempi dell’ora di calligrafia (la bella scrittura era considerata una vera e propria materia scolastica), delle bacchettate sulle dita e della correzione rigida e precoce del mancinismo, la riscoperta dello spontaneismo ha fatto sì che ogni alunno possa impugnare lo strumento grafico secondo la propria comodità e che giunga liberamente alla costruzione del gesto grafico, senza subire troppe pressioni. 
Non tutte le scuole dell’infanzia dedicano tempo all’insegnamento formale del disegno e ai pregrafismi, percorsi di consapevolezza grafica indispensabili per un instaurarsi armonico dei movimenti di scrittura; parimenti non tutte le scuole primarie dedicano tempo all’esercizio prolungato dei grafismi, in particolare del corsivo, che viene presentato rapidamente, spesso in contemporanea con lo stampato minuscolo, lasciando gli alunni liberi di scegliere quale carattere adottare. 
Eppure le neuroscienze insistono sul fatto che l’apprendimento avvenga solo attraverso la spiegazione e l’esempio del docente, la prova guidata prima e autonoma poi da parte degli scolari e l’esercizio intensivo (quotidiano) ed estensivo (le prime due classi della primaria) del movimento appreso. Le neuroscienze hanno anche dimostrato, grazie alle moderne tecniche di neuroradiologia funzionale, che si attivano aree cerebrali diverse durante compiti di scrittura manuale in stampato maiuscolo, di scrittura manuale in corsivo e di digitazione su tastiera; il corsivo è risultato il carattere di scrittura con maggiore attivazione cerebrale.  
Partendo dal presupposto che un qualsiasi movimento prima di essere eseguito deve essere pensato, è bene riprendere il concetto montessoriano delle “mani che pensano”, secondo il quale l’intelligenza di ciascun individuo passa attraverso l’agire consapevole delle mani. Molte sono le attività che preparano le mani alla scrittura.
Si parla di mani al plurale perché entrambe concorrono all’attività di scrittura: la mano scrivente e la mano vicariante, che ha il compito fondamentale di mantenere fermo e dritto il foglio e garantisce la corretta postura del capo, delle spalle e del busto rispetto al piano di lavoro. L’educazione delle mani è certamente compito della scuola, ma prima ancora è compito della famiglia e inizia quando il bambino è piccolissimo e in grado di afferrare oggetti. Scorrere l’indice su touch screen o l’abilità del pollice di manipolare joystick in epoca precoce, motivo di orgoglio per alcuni genitori, non preparano la mano alla scrittura. Per essere pronto alla scrittura formale il bambino deve essere consapevole del proprio schema corporeo e deve aver sviluppato una buona motricità fine: deve essere in grado di allacciarsi le scarpe, aprire/chiudere, avvitare/svitare, tagliare con le forbici e con il coltello, incollare, piegare stoffa e carta, impastare, dipingere con diverse tecniche, infilare perline, ecc.
Tutte queste attività, esercitabili durante il gioco interattivo, contribuiscono all’allenamento di altre componenti fondamentali per favorire l’apprendimento dei processi di scrittura: l’attenzione sostenuta, la coordinazione occhio-mano e la memorizzazione di pattern motori utili e spendibili per tracciare i grafemi. 
Diventa urgente a questo punto rivedere i programmi didattici alla ricerca di un sano equilibrio tra la rigidità della scuola di un tempo e la totale libertà espressiva della scuola moderna, che ancora ha bisogno di studenti che padroneggiano il corsivo. Gli studi hanno infatti individuato nel corsivo la modalità più naturale di espressione scritta per la stragrande maggioranza delle persone adulte; tutto ciò non è valido per i soggetti che presentano una reale disgrafia, che costituiscono però una porzione ristretta della popolazione. 
Infine, è importante che insegnanti e genitori educhino i ragazzi all’ordine, fin dalla più tenera età: così come l’alunno ogni giorno si presenta a scuola pulito, ben vestito e pettinato, anche il materiale scolastico e in particolare il quaderno, strumento di lavoro e “carta di identità dello studente”, dovrà essere pulito, ordinato, ben tenuto, qualcosa che il bambino possa mostrare con fierezza all’adulto. 
 
 
 
A cura della Dr.ssa Maria Letizia Lombardi
Logopedista
 
Pubblicato il 06/05/2015

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