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LE CEFALEE

Responsabile Scientifico Canale Cefalee:
Dr.ssa Sheila Leone - Specialista in Farmacologia
26/01/2018, 11:50

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 Freddo e altitudine possono minare la salute degli amanti della montagna portatori di cardiopatie..



Freddo e altitudine possono minare la salute degli amanti della montagna portatori di cardiopatie. In aiuto a chi soffre di malattie cardiovascolari e non vuole rinunciare alla settimana bianca arriva ora un decalogo messo a punto dal gruppo di ricerca di Gianfranco Parati, ordinario di Medicina cardiovascolare all’Università di Milano-Bicocca e direttore UO cardiologia dell’Auxologico San Luca di Milano, che studia questa problematica dal 2004 con spedizioni in alta quota (come l’Everest) in tutto il mondo.
Le "Raccomandazioni cliniche per l’esposizione ad alta quota di individui con condizioni cardiovascolari preesistenti" - che tengono conto da un lato di aspetti ambientali quali velocità di salita, quota raggiunta, temperatura o il fatto di dormire in quota, dall’altro di aspetti personali quali allenamento, storia clinica, stabilità dei problemi cardiovascolari, terapia in corso, esami diagnostici recenti, training precedente, preparazione fisica e clinica - sono state pubblicate sull’European Heart Journal. 
Ma quali sono le indicazioni valide per tutti? «Occorre prepararsi fisicamente - spiega Parati - e valutare con il curante la propria condizione clinica attraverso una precisa stima del livello di rischio cardiovascolare individuale e prevedere un adeguamento della terapia nei soggetti più a rischio». In altre parole, ci sono raccomandazioni generali sulle procedure e sulla prudenza da esercitare, ma poi i consigli debbono essere individuali, basati sulle condizioni del singolo, e devono prevedere un’interazione con il medico e con lo specialista esperto di medicina di montagna. «Il paziente cardiologico non deve necessariamente privarsi del piacere della montagna, ma la deve affrontare con serietà, consapevolezza, prudenza e preparazione, basandosi su dati scientifici e sulla propria storia personale».
«L’esposizione ad alta quota oltre i 2500 metri sul livello del mare - avverte Camilla Torlasco, coautrice dello studio e ricercatrice dell’Università di Milano-Bicocca - comporta uno sforzo da parte dell’organismo per adattarsi alle modificazioni ambientali che si osservano all’aumentare dell’altitudine. Per esempio, la riduzione della pressione atmosferica determinata dal peso della colonna d’aria al di sopra del punto di misura: al ridursi della pressione barometrica le molecole presenti nell’aria (azoto, ossigeno, anidride carbonica) si rarefanno, causando una carenza di ossigeno che l’organismo cerca di contrastare con un aumento della frequenza cardiaca, della frequenza respiratoria, della pressione arteriosa e polmonare. Insieme a una una riduzione dell’ossigeno e dell’anidride carbonica nel sangue si osserva, talvolta, la comparsa di apnee notturne».
La buona notizia è che dopo un periodo di tempo variabile in base alle condizioni di partenza del soggetto e alla quota raggiunta, l’organismo raggiunge un nuovo punto di equilibrio adattandosi alla quota a cui si trova (acclimatamento). «Nel caso di persone con pregresse patologie cardiache, vascolari o polmonari - sottolinea Torlasco - l’esposizione ad alta quota può essere pericolosa perché all’organismo, già indebolito dalla patologia di base, viene richiesto uno sforzo importante di adattamento».


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