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LE CEFALEE

Responsabile Scientifico Canale Cefalee:
Dr.ssa Sheila Leone - Specialista in Farmacologia
24/03/2017, 16:38

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 «La maggiore prevalenza del dolore cronico nelle donne è stata interpretata come una loro più spiccata sensibilità agli impulsi dolorosi, che ha in parte radici culturali ma anche importanti basi biologiche».



«La maggiore prevalenza del dolore cronico nelle donne è stata interpretata come una loro più spiccata sensibilità agli impulsi dolorosi, che ha in parte radici culturali ma anche importanti basi biologiche». A sostenerlo è Diego Fornasari, farmacologo dell’Università di Milano, secondo cui i meccanismi endogeni deputati alla modulazione e al controllo del dolore funzionerebbero in maniera differente tra maschi e femmine in base all’assetto ormonale: in queste ultime avrebbero un’attività ridotta, il che spiegherebbe la soglia al dolore più bassa. Ma la specificità di genere riguarda anche la risposta alle terapie: uomini e donne assorbono, distribuiscono, metabolizzano ed eliminano i farmaci in modo diverso. Questo implica che l’efficacia o la comparsa di effetti collaterali possano presentare differenze rilevanti: appartenere al sesso femminile costituisce, di per sé, un fattore di rischio indipendente per lo sviluppo di reazioni avverse per la presenza di minori quantità di enzimi utili a metabolizzare alcuni farmaci (come gli antidepressivi o certi oppiacei), con maggior accumulo nell’organismo. Quali sono, allora, gli analgesici meglio tollerati dal genere femminile? «Studi clinici e di farmacovigilanza - prosegue Fornasari - consentono di identificare qualche molecola particolarmente sicura nella donna. Per esempio il paracetamolo, che ha un buon profilo di sicurezza anche in gravidanza o in post-menopausa, quando comorbilità e politerapie possono esporre le pazienti anziane più fragili al rischio di interazioni farmacologiche. Inoltre, nella donna in età fertile la produzione di cannabinoidi endogeni, dotati di azione analgesica naturale, tende a diminuire in certe fasi del ciclo ovarico aumentando la sensibilità al dolore. Avendo il paracetamolo anche un effetto modulatorio positivo sul tono endocannabinoide, si può ipotizzare che questa molecola sia di aiuto alla donna, contribuendo ad alzare la soglia di tolleranza alla sensazione dolorosa». «Nella donna in età fertile - sottolinea Alessandra Graziottin, direttore del Centro di ginecologia all’Ospedale San Raffaele Resnati di Milano e presidente della Fondazione Graziottin per la cura del dolore nella donna Onlus - le forme di dolore più comuni sono quelle correlate alla mestruazione (dismenorrea e dolore pelvico cronico). Il paracetamolo può essere considerato un farmaco di prima linea nel trattamento della dismenorrea primaria e delle comorbidità associate per le sue caratteristiche di maneggevolezza, sicurezza e minori effetti collaterali rispetto ai farmaci antinfiammatori non steroidei (Fans). In gravidanza sono lombalgia e dolore nella regione pelvica a presentarsi più di frequente: anche nella gestante il dolore cronico non va trascurato, perché potrebbe essere lesivo per il feto. 
In questi casi, paracetamolo è tuttora l’analgesico considerato più sicuro per mamma e bambino. In post-menopausa si moltiplicano invece i dolori ossei, articolari e muscolari per via della carenza estrogenica. Una terapia ormonale su misura è la prima efficacissima cura antalgica, perché va a trattare la vera causa del problema, ma può essere integrata vantaggiosamente da un analgesico ben tollerato come il paracetamolo, che le Linee guida EULAR indicano come farmaco di prima sceltanel controllo del dolore artrosico».


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