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LE CEFALEE

Responsabile Scientifico Canale Cefalee:
Dr.ssa Sheila Leone - Specialista in Farmacologia
20/01/2017, 14:08

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 Introdotta negli anni Novanta, la procedura della termoablazione percutanea per il trattamento di alcuni tipi di tumori



Introdotta negli anni Novanta, la procedura della termoablazione percutanea per il trattamento di alcuni tipi di tumori ha visto una progressiva evoluzione delle tecnologie utilizzate, fino al recente utilizzo delle microonde (MW), con l’obiettivo di raggiungere una sempre maggiore precisione, efficacia e sicurezza per il paziente. Le metodiche di termoablazione si basano sulla generazione di calore all’interno di una lesione bersaglio, con temperature superiori a 50°C in grado di causare la denaturazione delle proteine intracellulari e la dissoluzione dei lipidi di membrana che portano a morte le cellule tumorali. Tali procedure possono essere dirette sia contro tumori primitivi sia contro tumori secondari (metastasi) dei tessuti parenchimali (fegato, rene, polmone) e delle ossa. Fondamentale è non solo trattare la lesione tumorale, ma anche eliminare i margini di tessuto "sano" che per i tumori primitivi deve essere almeno di 5 mm, mentre per quelli metastatici di 1 cm.
Complessivamente in Italia sono 7-8 mila le procedure portate a termine ogni anno, il 70% delle quali sul fegato, seguite da polmone e rene. I centri che nel nostro paese effettuano questo tipo di procedura sono circa un centinaio, mentre il numero di procedure di termoablazione registra un trend di crescita pari al 2% l’anno, anche se i pazienti "candidabili" potrebbero essere circa tre volte superiori.
Il sistema di termoablazione MW, realizzato da Medtronic, rappresenta un’evoluzione importante rispetto alla tecnologia a radiofrequenza (RF). «Le microonde sono onde elettromagnetiche prodotte da un generatore, che attraverso un cavo raggiungono l’antenna inserita nel tumore e qui determinano un’oscillazione delle molecole d’acqua con conseguente produzione di calore» afferma Gianpaolo Carrafiello, ordinario di Diagnostica per immagini, radioterapia e neuroradiologia dell’Università di Milano e direttore UOC Radiologia diagnostica e interventistica ASST Santi Paolo e Carlo Presidio San Paolo di Milano. Negli ultimi anni l’innovazione tecnologica di Medtronic ha messo a disposizione della comunità medico-scientifica dispositivi in grado di aumentare le dimensioni delle aree di ablazione tumorale che, grazie alla definizione di contorni perfettamente sferici, sono diventate sempre più "definibili" e "prevedibili".
«I nostri pazienti - continua Carrafiello - vengono trattati in sedazione moderata nella sala angiografica, dotata di una nuova tecnologia che consente l’esecuzione di CBCT (Cone Beam Computed Tomography) e la pianificazione preventiva del volume di ablazione rispetto alla lesione da trattare. La degenza è generalmente di 1 o 2 giorni. Eliminando l’anestesia generale, si possono, così, trattare tutti i pazienti altrimenti non eleggibili ad altre terapie per la presenza di comorbilità».
Per alcuni tipi di tumore come l’epatocarcinoma primario (HCC) con dimensioni inferiori ai 3 cm, le Linee guida delle società scientifiche nazionali e internazionali hanno stabilito che il trattamento di termoablazione con RF o MW è equivalente alla chirurgia tradizionale. Per quanto riguarda il tumore renale sotto i 3 cm il successo clinico della termoablazione è intorno al 98%. La termoablazione viene effettuata anche nei tumori cosiddetti "benigni", in particolare della tiroide e dell’utero.
«I benefici della termoablazione per il paziente oncologico - sostiene Sandro Barni, direttore del Dipartimento oncologico dell’ASST Bergamo Ovest a Treviglio - consistono in una metodica meno cruenta della chirurgia tradizionale, più rapida, meno dolorosa, ripetibile in caso di recidive, con riduzione delle giornate di degenza e conseguente diminuzione dei costi diretti e indiretti, a vantaggio anche del sistema sanitario».
«A parte casi specifici, come l’epatocarcinoma primario, la termoablazione non è sostitutiva, ma complementare alla chirurgia tradizionale e ai trattamenti medici, con indicazioni precise quali volume, numero e localizzazione delle lesioni tumorali. Per questo motivo il paziente è preso in carico da un team multidisciplinare, che deve essere composto, oltre che dall’oncologo, dal chirurgo e dal radiologo interventista. Fondamentale è, infatti, definire l’appropriatezza terapeutica: capire qual è il paziente giusto e il momento giusto per eseguire la procedura».
«La metodica - precisa Giovanni Sgroi, direttore del Dipartimento di Scienze chirurgiche dell’ASST Bergamo Ovest a Treviglio - trova applicazione anche nelle metastasi epatiche, la termoablazione delle quali può essere sostitutiva o integrativa della chirurgia. «Questa procedura dovrebbe essere tenuta sempre in considerazione da tutti coloro che si occupano di patologie oncologiche epatiche, poiché permette di aumentare le probabilità di trattamento nei pazienti con tumore primitivo o secondario. In caso di impraticabilità dell’intervento chirurgico - conclude Sgroi - per la difficoltà oggettiva di asportare la lesione o per ineleggibilità del paziente all’intervento di chirurgico e/o alla terapia farmacologica per patologie concomitanti, la termoablazione rappresenta l’unica soluzione praticabile».


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