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SALUTE CHE FARE!

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LE CEFALEE

Responsabile Scientifico Canale Cefalee:
Dr.ssa Sheila Leone - Specialista in Farmacologia
02/12/2016, 11:57

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 C’è chi non inizia la giornata senza berne almeno una tazzina, ma un recente studio condotto a Padova getta qualche ombra sul caffè espresso ottenuto dai preparati monodose.



C’è chi non inizia la giornata senza berne almeno una tazzina, ma un recente studio condotto a Padova getta qualche ombra sul caffè espresso ottenuto dai preparati monodose. Sul banco dell’accusa è il caffè in cialde o in capsule di plastica o alluminio nelle vesti di potenziale veicolo di interferenti endocrini quali gli ftalati. 
«Gli ftalati - spiega Carlo Foresta, ordinario di Endocrinologia dell’Università di Padova e presidente della Fondazione Foresta onlus - sono agenti chimici aggiunti alle materie plastiche per aumentarne la flessibilità: sono ovunque, ma non ce ne accorgiamo, e svolgono un’azione simil-estrogenica nel nostro organismo. Secondo recenti ipotesi, aumenterebbero l’incidenza di patologie andrologiche osservata negli ultimi venti anni. In diverse specie animali gli ftalati modificano il funzionamento del sistema riproduttivo e sono ritenuti anche per l’uomo tra i contaminanti con effetti negativi sulla fertilità». 
Un recente studio del gruppo di ricerca guidato da Foresta, in collaborazione con il CNR, ha valutato il contenuto di ftalati in una delle bevande più diffusa al mondo: il caffè. In particolare, i ricercatori hanno rivolto l’attenzione a quello ottenuto dai preparati commerciali predosati. «Sorprendentemente tutti i prodotti testati, dalle capsule in alluminio a quelle in plastica e materiale biodegradabile, si sono rivelate capaci di rilasciare ftalati nel caffè», continua l’esperto. «Non vogliamo demonizzare nulla, anche perché le concentrazioni riscontrate sono nell’ambito dei range consentiti. Ma dev’essere chiaro che, anche attraverso questa contaminazione, si contribuisce al raggiungimento dei valori soglia segnalati come nocivi dalle autorità sanitarie nazionali ed internazionali».
I risultati della ricerca, aggiunge lo specialista, pongono importanti interrogativi sui criteri indicati per valutare il valore soglia quando non è ancora nota la reale diffusione di queste sostanze che nei singoli casi rientrano nel range, ma è difficile comprendere la globalità dell’assunzione. «Noi siamo, di fatto, la somma di queste esposizioni. Quindi sarebbe importante cercare di capire se, nell’arco della giornata, si superano i limiti dell’assunzione, quantificando i valori medi di esposizione. Una ricerca - conclude Foresta - che aiuterebbe anche a decidere in che modo eventualmente limitarne l’esposizione. 



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