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LE CEFALEE

Responsabile Scientifico Canale Cefalee:
Dr.ssa Sheila Leone - Specialista in Farmacologia
04/08/2016, 12:37

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 Vacanza in montagna vietate ai cardiopatici? Assolutamente no.



Vacanza in montagna vietate ai cardiopatici? Assolutamente no. A lanciare un messaggio di speranza per gli appassionati di alta quota con il "cuore fragile" è il Centro cardiologico Monzino di Milano. Oggi, in realtà, è possibile prevedere per ognuno gli eventuali rischi per il cuore stimando con precisione gli effetti dell’altitudine sul sistema cardiocircolatorio e garantire così una salita in completa sicurezza.
«Valutando le condizioni specifiche di ciascuno - conferma Piergiuseppe Agostoni, coordinatore dell’Area di cardiologia critica del Centro cardiologico Monzino - attualmente possiamo essere molto precisi nello stabilire se una persona può raggiungere l’alta quota, quale tempo di acclimatamento deve rispettare, fino a quali altezze può spingersi, quali farmaci eventualmente deve assumere per stare meglio. Oppure, se già assume una terapia, stabiliamo come dobbiamo modificarla ed eventualmente rafforzarla».
È indubbio che l’altitudine metta alla prova il cuore: all’aumentare della quota diminuisce la disponibilità di ossigeno presente nell’aria e, per compensarne la mancanza, il corpo aumenta il lavoro cardiaco, la frequenza respiratoria e la pressione arteriosa. Ma non è tutto: in quota è limitata anche la capacità dell’organismo di utilizzare l’ossigeno. Quindi, da un lato c’è meno ossigeno a disposizione, dall’altro un’inferiore capacità di utilizzarlo: due situazioni capaci di aumentare in individui già sofferenti il rischio di infarto e ictus cerebrale. Se poi in quota si pratica sport, il rischio è ancora maggiore perché il fabbisogno di ossigeno aumenta. 
«I rischi dell’alta quota per il cuore sono noti da tempo - continua Agostoni - e a ragione i cardiologi precauzionalmente sconsigliavano le vacanze sui monti. Alcuni pazienti addirittura, sebbene non in condizioni particolarmente critiche, nemmeno chiedevano al medico e rinunciavano alla montagna a priori, per paura. Altri invece, troppo spesso, sono stati vittime di tragedie perché sono saliti in quota in modo del tutto inappropriato. Oggi possiamo evitare questi due estremi perché abbiamo nuove conoscenze, tecnologie e strumenti che ci permettono di stabilire il livello di rischio per ciascuno, e di intervenire su quel rischio abbassandolo».
Ogni caso, osserva l’esperto, è diverso dall’altro e va valutato nella sua specificità. Due sono però gli accorgimenti validi sempre: sottoporsi a uno sforzo graduale e salire piano. In Italia la montagna è a portata di mano e consente di raggiungere in poco tempo quote elevate. Basti pensare, per esempio, che da Milano in meno di 3 ore si può raggiungere il Piccolo Cervino, una delle stazioni più alte delle Alpi a circa 3.800 metri di altezza. A queste altitudini la quantità di ossigeno a disposizione è circa la metà di quella che abbiamo in pianura. Se una persona non è preparata o non è stata adeguatamente valutata, può trovarsi nei guai, soprattutto se sosta in quota per un certo tempo.


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