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CEFALEE

 

LE CEFALEE

Responsabile Scientifico Canale Cefalee:
Dr.ssa Sheila Leone - Specialista in Farmacologia
17/06/2016, 17:19

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 In Italia colpisce una persona su 10, soprattutto le donne (3 volte più degli uomini) tra i 20 e i 50 anni...





In Italia colpisce una persona su 10, soprattutto le donne (3 volte più degli uomini) tra i 20 e i 50 anni, con un onere sanitario di 1700 euro l’anno a paziente. Si tratta della sindrome dell’intestino irritabile (IBS), meglio conosciuta come colite spastica, che affligge il 15% della popolazione mondiale. «Tra i sintomi del disturbo ci sono gonfiore e/o dolore addominale - spiega Giovanni Barbara, associato dell’Università di Bologna e presidente della Società europea di neurogastroenterologia - associati all’alterazione della funzione intestinale con diarrea, stitichezza o una fastidiosa alternanza delle due condizioni».


Il ruolo cruciale del microbiota
«A giocare un ruolo fondamentale nell’insorgenza della malattia - aggiunge Enrico Stefano Corazziari, ordinario dell’Università La Sapienza di Roma - c’è anche il microbiota intestinale, ovvero i miliardi di batteri presenti nel nostro intestino (circa 1,5 kg) che, se alterati da infezioni, uso di antibiotici o una dieta sbagliata, producono gas, gonfiore e disturbi delle funzioni intestinali. Inoltre, il 10% delle persone colpite da gastroenterite, la classica influenza intestinale, sviluppa poi la sindrome dell’intestino irritabile». Se da un lato è lo stress ad influire sullo sviluppo dell’IBS, «è vero anche che la flora batterica può modulare delle risposte a livello del sistema nervoso centrale - precisa Barbara - e avere grande ripercussione su ansia e stress. Encefalo e apparato gastrointestinale, infatti, sono in costante comunicazione e l’IBS insorge quando la normale regolazione cervello-intestino si altera». La sindrome dell’intestino irritabile incide notevolmente sulla qualità della vita di chi ne soffre. «In pazienti sono spesso inquieti a causa di dolori e fastidi che impediscono loro di trascorrere una vita regolare, con "defaillance" sul lavoro fino a casi di persone che rifiutano di uscire di casa», sottolinea il gastroenterologo Rosario Cuomo, dell’Università Federico II di Napoli.

Le ripercussioni economiche
Ma le ripercussioni sono anche economiche. «Secondo un recente studio europeo, la spesa complessiva per chi è affetto da IBS associata a stipsi ammonta a 1700 euro l’anno», avverte Vincenzo Stanghellini, ordinario di Medicina interna dell’Alma Mater e direttore UO Medicina interna del Policlinico S. Orsola di Bologna. «Un impatto dovuto sia ai costi diretti, imputabili a diagnosi ritardate, ospedalizzazioni e inappropriatezza o mancata aderenza terapeutica, sia ai costi indiretti secondari come le condizioni di assenteismo dal posto di lavoro e di presentismo caratterizzato da scarsa produttività». Dei costi diretti, 485 euro l’anno (34% del totale) sono a carico esclusivo del paziente, che deve sostenere autonomamente i costi per le terapie a causa del mancato rimborso da parte del Ssn. Un recente studio europeo ha rilevato che in Italia più del 75% dei pazienti con IBS associata a stipsi assume un farmaco da banco (prebiotici e probiotici, lassativi e preparati a base di fibre). Un comportamento terapeutico che, secondo gli esperti, è riconducibile al mancato rimborso delle prescrizioni, tutte a carico del paziente. Sul fronte della diagnosi e delle terapie, numerose sono le novità in campo. «È un momento storico per l’IBS - commenta Barbara - per la cui cura esistono farmaci di comprovata efficacia come la rifaximina in grado di modulare il microbiota intestinale, o la linaclotide che combina un effetto analgesico contro il dolore con il miglioramento della stipsi. Nuovi prodotti sono in arrivo anche per i pazienti con diarrea».


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