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CEFALEE

 

LE CEFALEE

Responsabile Scientifico Canale Cefalee:
Dr.ssa Sheila Leone - Specialista in Farmacologia
10/06/2016, 18:00

colite ulcerosa, malattia di Crohn, vedolizumab, terapia, anticorpo monoclonale,



Contro-colite-ulcerosa-e-malattia-di-Crohn-attive-da-moderate-a-gravi-arriva-vedolizumab


 Annunciata la disponibilità in commercio anche in Italia dell’anticorpo monoclonale vedolizumab, per il trattamento di adulti con colite ulcerosa e adulti con malattia di Crohn.



Annunciata la disponibilità in commercio anche in Italia dell’anticorpo monoclonale vedolizumab, il primo e unico farmaco biotecnologico a selettività intestinale approvato per il trattamento di adulti con colite ulcerosa (CU) attiva da moderata a grave e adulti con malattia di Crohn (MC) attiva da moderata a grave che hanno avuto una risposta inadeguata, una perdita di risposta o che si sono dimostrati intolleranti alla terapia convenzionale o a un antagonista del fattore di necrosi tumorale alfa (TNF-alfa). 
«Vedolizumab rappresenta l’innovazione nel trattamento della malattia di Crohn e della colite ulcerosa» afferma Silvio Danese, responsabile del Centro malattie infiammatorie intestinali (IBD) dell’Istituto clinico Humanitas di Rozzano. «Il suo innovativo meccanismo d’azione, infatti, si basa sull’inibizione selettiva dei linfociti che transitano e vengono reclutati nell’intestino infiammato. Migliorare la conoscenza dei complessi meccanismi alla base di queste patologie e continuare lo sviluppo di nuove opzioni terapeutiche è di vitale importanza, visti i bisogni non soddisfatti e le sfide che questa comunità di pazienti continua ad affrontare, in particolare nella gestione della progressione della malattia. La disponibilità di questo nuovo farmaco è importante per i pazienti che lottano contro la colite ulcerosa e la malattia di Crohn in Italia».
La colite ulcerosa e la malattia di Crohn causano l’infiammazione del tessuto di rivestimento del tratto digestivo e non hanno una cura. Oltre 4 milioni di persone nel mondo ne sono affette, di cui circa 200 mila solo in Italia. 

I più colpiti sono i giovani tra i 20 e i 30 anni
«Le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI) sono patologie croniche caratterizzate da un processo infiammatorio, che nella colite ulcerosa è limitato alla mucosa del colon e retto, mentre nella malattia di Crohn è transmurale e segmentario in grado di colpire qualunque segmento del tratto gastrointestinale» spiega Fernando Rizzello, ricercatore del Dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche dell’Università di Bologna. «I pazienti tipici sono giovani dai 20 ai 30 anni, la cui diagnosi spesso arriva in ritardo e per i quali il decorso di entrambe le patologie è caratterizzato da fasi di attività intervallate da periodi di remissione, con un rischio di complicanze variabile nel tempo».
Per la loro natura cronica, la colite ulcerosa e la malattia di Crohn sono malattie debilitanti, che i pazienti devono gestire per buona parte della loro vita. Lo scopo delle opzioni terapeutiche disponibili è quello di indurre e mantenere la remissione o raggiungere periodi di tempo lunghi in cui i pazienti non manifestano sintomi. Inoltre, sono presenti sottogruppi di pazienti che, a causa di patologie concomitanti, non possono essere trattati con le terapie biotecnologiche anti TNF-alfa.
Figura di riferimento nel percorso di cura del paziente è l’operatore sanitario specializzato, soprattutto nel caso di forme grave di MICI, quando è necessaria una terapia infusionale. «L’infermiere specializzato, che prende in carico il paziente in sala d’infusione, rappresenta per i pazienti spesso il primo interlocutore cui rivolgere le proprie ansie e paure, soprattutto all’inizio della terapia quando la persona si identifica con la sua malattia e racconta di sé solo ciò che è legato alla patologia» sottolinea Simona Radice, IBD nurse dell’Istituto clinico Humanitas di Rozzano. «Nostro compito è quello di fornire non solo un aiuto operativo, ma anche un primo supporto psicologico, considerando che i pazienti con forme di MICI più gravi hanno anche un vissuto pesante di malattia alle spalle, che pregiudica il rapporto coni loro stessi familiari».
L’impatto psicologico di queste patologie è, infatti, più grave di quello che si può immaginare, considerando anche la frustrazione dei pazienti che, nonostante la disponibilità di diverse opzioni terapeutiche, non riescono a raggiungere o mantenere la remissione della malattia nel tempo, con elevate percentuali di mancata risposta primaria (25-50%) o perdita di risposta secondaria (30-50%). 

Nuove prospettive per il successo terapeutico 
«Il disagio che caratterizza chi è affetto da MICI - precisa Salvatore Leone, direttore generale di AMICI Onlus - è dovuto al fatto che si tratta di patologie caratterizzate da una "disabilità" sì cronica, ma anche "invisibile" sulla quale i pazienti stessi fanno calare un muro di silenzio, poiché i sintomi sono sgradevoli anche solo da raccontare. L’avvento del nuovo farmaco ha un impatto positivo anche dal punto di vista psicologico, poiché fornisce una nuova speranza a pazienti con una storia di fallimenti terapeutici alle spalle, la cui soluzione spesso paventata è quella definitiva, la chirurgia».
Ma quando la malattia colpisce un individuo, coinvolge necessariamente anche la sua famiglia. Parlare di qualità di vita per una persona significa anche valutare il suo contesto familiare.
«Le persone con MICI si trovano spesso a subire limitazioni nella propria vita a causa di sintomi e situazioni di disagio e difficoltà che la patologia comporta. Questo non può che coinvolgere anche la vita familiare» avverte la psicologa Alessandra Tongiorgi dell’UO Gastroenterologia dell’AOU Pisana. «I malati sono costretti spesso a routine rigide per evitare "incidenti" particolarmente sgradevoli, il peggiore dei quali è l’incontinenza fecale in luogo pubblico. Il malato di MICI può allora sviluppare un senso di inadeguatezza rispetto alle proprie aspettative di ruolo. In questo senso, la possibilità di avere un farmaco a disposizione che ha un tempo infusionale estremamente ridotto e che viene somministrato, a regime, ogni 2 mesi, permette al malato e alla sua famiglia una pianificazione di vita assolutamente normale, che non può che contribuire ad un miglioramento dello stato psicologico e del clima familiare».



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