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CEFALEE

 

LE CEFALEE

Responsabile Scientifico Canale Cefalee:
Dr.ssa Sheila Leone - Specialista in Farmacologia
04/03/2016, 17:30

alzheimer, diagnosi, assistenza, anziano, memoria,



Alzheimer,-ci-vogliono-quasi-due-anni-per-arrivare-alla-formulazione-della-diagnosi


 È una figura centrale dell’assistenza al malato di Alzheimer la badante, cui fa ricorso il 38% delle famiglie italiane con un impatto significativo...



È una figura centrale dell’assistenza al malato di Alzheimer la badante, cui fa ricorso il 38% delle famiglie italiane con un impatto significativo sulla disponibilità di tempo libero dell’operatore assistenziale: se il 47,8% dei caregiver segnala un aumento del tempo libero grazie alla disponibilità di servizi e farmaci per l’Alzheimer, con il supporto di una badante la quota sale al 68,8% che raggiunge il 77,1% nel caso in cui il malato usufruisca anche di uno o più servizi. A confermarlo è l’indagine Censis-Aima, che sottolinea però la lunghezza dei tempi per raggiungere la diagnosi. Il 47,7% dei caregiver afferma di aver reagito subito alla comparsa dei primi sintomi della malattia del proprio assistito, interpellando il medico di famiglia (47,2%), lo specialista pubblico (33,1%) o privato (13,6%), mentre solo il 6,1% si è rivolto immediatamente a una Unità di valutazione Alzheimer (Uva). La maggioranza degli intervistati ha però ricevuto la diagnosi da un professionista diverso da quello consultato per primo (63,1%).
A formulare la diagnosi di Alzheimer è principalmente lo specialista pubblico (65,5%), neurologo (nel 35,6% dei casi) o geriatra (29,9%), e solo nel 13,4% dei casi uno specialista privato. Purtroppo si è ridotta la quota di pazienti che hanno ricevuto la diagnosi da una Uva (dal 41,1% nel 2006 al 20,6% nel 2015), mentre sono aumentate le diagnosi dello specialista pubblico (dal 37,9% nel 2006 al 65,5% di oggi). Il tempo medio per arrivare alla diagnosi resta però elevato: 1,8 anni nel 2015.
Secondo gli esperti, in Italia per l’Alzheimer l’assistenza è sempre più informale e privata. Diminuisce di 10 punti percentuali rispetto al 2006 il numero dei pazienti seguiti da una Uva o da un centro pubblico (56,6%), e sono ancor meno quando la patologia è più grave (46%), mentre si restringe anche la quota di pazienti che accedono ai farmaci specifici per l’Alzheimer: dal 59,9% al 56,1%. Diminuito è pure il ricorso a tutti i servizi per l’assistenza e la cura dei malati di Alzheimer: centri diurni (dal 24,9% al 12,5% dei malati), ricoveri in ospedale o in strutture riabilitative e assistenziali (dal 20,9% al 16,6%), assistenza domiciliare integrata e socio-assistenziale (dal 18,5% all’attuale 11,2%).
Ampio è invece il ricorso all’assistenza informale privata: i malati che possono contare su una badante sono il 38%. Alla badante si fa ricorso soprattutto con la disponibilità patrimoniale del malato (58,1%), il cui peso è comunque inferiore rispetto al passato (l’82,3% nel 2006), grazie ad un più ampio ricorso all’indennità di accompagnamento e alle risorse dei figli o del coniuge. «L’indagine di Censis e Aima evidenziano come negli ultimi 16 anni stia progressivamente cambiando il mondo dei malati di Alzheimer e delle loro famiglie», spiega Ketty Vaccaro, responsabile dell’Area welfare e salute del Censis. «Un mondo che invecchia e cresce l’impatto della malattia in termini di isolamento sociale. La famiglia è ancora il fulcro dell’assistenza, ma può contare su una disponibilità di servizi che nel tempo si è ulteriormente ristretta, mentre sono ancora presenti profonde differenze territoriali nell’offerta di servizi».



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