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LE CEFALEE

Responsabile Scientifico Canale Cefalee:
Dr.ssa Sheila Leone - Specialista in Farmacologia
23/10/2015, 10:23

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 La sindrome da crepacuore o cuore infranto non è una patologia benigna come finora ritenuto, bensì una malattia con tassi di mortalità sovrapponibili a quelli dell’infarto.



La sindrome da crepacuore o cuore infranto, clinicamente conosciuta come cardiomiopatia da stress o sindrome di tako-tsubo, non è una patologia benigna come finora ritenuto, bensì una malattia con tassi di mortalità sovrapponibili a quelli dell’infarto. A rivelarlo è uno studio internazionale che ha coinvolto diversi centri in Europa e negli Stati Uniti, tra cui l’Università Cattolica del Sacro Cuore - Policlinico Gemelli di Roma, e pubblicato sul New England Journal of Medicine.
La sindrome da crepacuore colpisce prevalentemente le donne (nel 90% dei casi) ed è spesso associata ad un forte stress emotivo (tipicamente un lutto), o fisico (per esempio dopo un intervento chirurgico). In moltissimi casi si presenta accompagnata da disturbi neurologici o psichiatrici. 
La condizione si manifesta con sintomi molto simili all’infarto, quali dolore al petto o affanno improvviso, ed alterazioni dell’elettrocardiogramma (ECG), senza tuttavia che le coronarie presentino restringimenti del lume vasale (stenosi) dopo la coronarografia d’urgenza. Il cuore assume in questo caso assume una forma atipica, visibile con le tecniche di imaging come l’ecocardiografia o la risonanza magnetica, che fa assumere al ventricolo sinistro la forma di un cestello (tsubo) usato dai pescatori giapponesi per la pesca del polpo (tako).
Dallo studio multicentrico internazionale, condotto su 1750 persone, emerge come la prognosi dei pazienti con sindrome da crepacuore sia comparabile a quelli colpiti da infarto, con possibilità di shock cardiogeno (condizione in cui il flusso del sangue ai tessuti periferici è inadeguato) nel 12 % dei casi e un tasso di mortalità pari al 5%.
«Alla luce di tali risultati - affermano i ricercatori dell’Università Cattolica Filippo Crea e Leda Galiuto - si può concludere che la sindrome di takotsubo non sia affatto una malattia benigna e pertanto devono essere perseguiti tutti gli sforzi finalizzati a migliorare la comprensione delle cause che la generano e a garantire una più puntuale scelta terapeutica».



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