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SALUTE CHE FARE!

La salute è caratterizzata non solo dall’assenza di malattia,  ma anche da un equilibrio dinamico di benessere fisico, emotivo, sociale e intellettuale. Nutrizione e corretta educazione alimentare sono quindi basi fondamentali di questa armonia.

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CEFALEE

 

LE CEFALEE

Responsabile Scientifico Canale Cefalee:
Dr.ssa Sheila Leone - Specialista in Farmacologia
21/08/2015, 11:00

endocrinologia, tecniche inappropriate, esami diagnostici,



Endocrinologia,-le-cinque-pratiche-mediche-da-usare-saggiamente


 5 le pratiche cliniche endocrinologiche identificate dall’Associazione medici endocrinologi (AME) non supportate da prove di efficacia a rischio di inappropriatezza.



Sono 5 le pratiche cliniche endocrinologiche identificate dall’Associazione medici endocrinologi (AME) non supportate da prove di efficacia a rischio di inappropriatezza. «Fare di più non significa fare meglio - afferma Rinaldo Guglielmi, presidente AME - convinzione che ci ha anche portati ad aderire a Slow Medicine, rete di professionisti e cittadini per una cura sobria, rispettosa e giusta. Il primo progetto che ci vede impegnati è quello relativo al fenomeno del sovrautilizzo di esami diagnostici e trattamenti, lanciato nel 2012 con il motto "Fare di più non significa fare meglio", in analogia all’iniziativa Choosing Wisely già in corso negli Stati Uniti.
Il gruppo di lavoro "AME per una Medicina Sostenibile", coordinato da Marco Attard dell’UO Endocrinologia, Ospedale Cervello di Palermo, attraverso un lungo e complesso percorso basato sull’esperienza clinica e sulle evidenze scientifiche, ha così identificato le 5 pratiche che sarebbe meglio evitare di prescrivere ai propri pazienti. 
  1. Richiedere di routine l’ecografia tiroidea nei soggetti senza segni e/o sintomi di patologie tiroidee e non appartenenti a gruppi di rischio per carcinoma tiroideo. Negli ultimi anni si è registrato un notevole incremento di diagnosi di carcinoma tiroideo non associato ad aumento di mortalità, evidenziando un eccesso di diagnosi. L’esecuzione indiscriminata di ecografie, che individuano un numero elevato di noduli tiroidei privi di "peso patologico", può causare ansia nel paziente e un aumento di procedure diagnostiche e interventi chirurgici con conseguente aumento dei costi per la collettività e soprattutto con possibili danni per il paziente.
  2. Ripetere l’indagine densitometrica ossea a intervalli minori di due anni. I Cambiamenti percentuali nella densità ossea prevedibili entro 2 anni, grazie alle terapie o alla normale perdita di massa ossea nelle donne in menopausa, è inferiore alla precisione di rilevamento della tecnica utilizzata.
  3. Richiedere il dosaggio del testosterone libero nel sospetto diagnostico di ipogonadismo e iperandrogenismo. Per le metodiche attualmente in uso sussistono problematiche analitiche che non rendono utilizzabili i risultati ottenuti. È pertanto preferibile basarsi sulla determinazione del testosterone totale.
  4. Richiedere di routine il dosaggio della FT3 nei pazienti con patologia tiroidea. Nella maggior parte dei casi il dosaggio del TSH è sufficiente per conoscere la funzione della tiroide. È utile il dosaggio della FT3, oltre alla FT4, solo se si riscontrano valori soppressi di TSH. Nel monitoraggio della terapia sostitutiva dell’ipotiroidismo con levotiroxina il dosaggio della FT3, salvo casi particolari, non è necessario per valutare l’adeguatezza della posologia.
  5. Trattare indiscriminatamente con levotiroxina i pazienti con gozzo nodulare. L’efficacia clinica del trattamento si realizza solo in una minoranza di pazienti e dopo un trattamento molto lungo. La terapia soppressiva con levotiroxina, tuttavia, porta a una condizione di tireotossicosi subclinica che è rischiosa specialmente nelle donne in menopausa e negli anziani (rischio di osteoporosi ed aritmie). La terapia va quindi presa in considerazione solo in casi particolari e in soggetti giovani.
«Ovviamente - afferma Attard - l’attuazione di queste pratiche non è preclusa in assoluto, ma deve essere valutata di volta in volta sulla base dei segni clinici, della storia del paziente e condividendo la decisione col paziente stesso».



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