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CEFALEE

 

LE CEFALEE

Responsabile Scientifico Canale Cefalee:
Dr.ssa Sheila Leone - Specialista in Farmacologia
26/06/2015, 12:44

tatuaggi, piercing, infezioni, epatite B, epatite C, reazioni allergiche,



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 Tatuaggi e piercing, se effettuati senza prendere le dovute cautele, possono mettere a rischio la salute dei giovani.



Tatuaggi e piercing, se effettuati senza prendere le dovute cautele, possono mettere a rischio la salute dei giovani. Una recente indagine condotta dall’Università Tor Vergata di Roma su 2500 studenti liceali ha evidenziato come il 24% di loro sia stato colpito da complicanze infettive; solo il 17% ha però firmato un consenso informato e il 54% è sicuro della sterilità degli strumenti utilizzati. 
Scopo della ricerca è quello di informare gli adolescenti sulla pericolosità a sottoporsi a tali trattamenti estetici in locali non certificati senza rispetto delle norme igieniche, o a pratiche fai da te con strumenti artigianali inadeguati responsabili di malattie infettive trasmesse attraverso il sangue. Per esempio infezioni da virus dell’epatite B e C (HBV e HCV) e da virus dell’Aids (HIV), potenzialmente letali. Ma anche l’inoculazione cutanea di sostanze chimiche non accertate costituisce un rischio di reazioni indesiderate di tipo tossicologico o di sensibilizzazione allergica. 
«Se l’80% dei ragazzi sa di essere a conoscenza dei rischi d’infezione, solo il 5% è informato correttamente sulle malattie che possono essere trasmesse» spiega Carla Di Stefano, autrice dell’indagine e ricercatrice all’Università di Tor Vergata. «Eppure il 27% del campione ha dichiarato di avere almeno un piercing, il 20% sfoggia un tatuaggio e sono ancora di più gli "aspiranti": il 20% degli intervistati ha dichiarato l’intenzione di farsi un piercing e il 32% di ornare la pelle con un tatuaggio». 
L’epatite virale è un’infiammazione del fegato causata dall’infezione, silente o sintomatica, da parte di virus tipici del tessuto epatico quali HBV, HCV e HDV, in grado di stabilirsi nell’organismo in modo persistente con danni cronici a carico del fegato. Nella forma acuta la malattia si manifesta con disturbi di tipo influenzale, spesso asintomatico, mentre nella sua forma cronica, l’infiammazione permanente del tessuto epatico è dovuta all’incapacità del sistema immunitario di eliminare il virus responsabile di epatite. Inoltre, in quasi metà dei pazienti l’infezione cronica causa lesioni progressive del fegato con il rischio di sviluppare cirrosi. L’Italia detiene la maglia nera rispetto alla media europea, che si aggira tra lo 0,1-1% della popolazione, con un tasso d’incidenza del 2-3% e un milione 200 mila casi di epatite cronica. Sempre nel nostro paese, la cirrosi è la quinta causa di morte con circa 15 mila decessi, seguiti dagli oltre 6000 per carcinoma epatico.
Conferme già emerse nello studio Association of tattooing and hepatitis C virus infection: a multicenter case control study, pubblicato nel 2013 sulla rivista Hepatology, a dimostrazione di come l’infezione da HCV si trasmetta principalmente attraverso il riutilizzo di aghi monouso, l’impiego di materiali non sterili, il contatto con inchiostro contaminato da sangue infetto. 
«Il dato scientificamente più interessante - avverte Di Stefano - sta nel tempo di sopravvivenza del virus isolato in aghi e inchiostro, variabile da pochi giorni nell’ambiente a quasi un mese nell’anestetico, dato ancor più preoccupante se incrociato con la tendenza degli adolescenti a scegliere locali spesso economici e non a norma di legge».
«Riguardo a tatuaggi e piercing - interviene Vincenzo Bruzzese, presidente del 2° Congresso nazionale della Società italiana di gastroreumatologia (Sigr) dove è stata presentata l’indagine - non esistono casistiche sulle procedure effettuate in studi professionali, ma il rischio aumenta quando tali procedure vengono eseguite talora da principianti, in strutture con scarse condizioni igieniche e con strumenti non sterili o improvvisati (corde di chitarra, graffette, aghi da cucito), ma anche nelle carceri o in situazioni non regolate come l’ambiente domestico». 
«A partire dalla fine degli anni ’90 - conclude Di Stefano - questo problema è stato più volte messo in evidenza in Italia attraverso i dati del Sistema epidemiologico integrato dell’epatite virale acuta (Seieva). Le stime più recenti indicano come nel nostro paese una quota di casi di epatite C acuta superiore al 10% sia attribuibile a trattamenti estetici. Inoltre, una volta esclusi i tossicodipendenti dall’analisi, si può prevedere che sottoporsi a un tatuaggio esponga i soggetti ad un rischio 3,4 volte più elevato di contrarre l’epatite C rispetto a chi non si sottopone. Analogamente, il rischio di contrarre l’epatite C attraverso il piercing è 2,7 volte maggiore rispetto a chi non lo pratica».



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