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LE CEFALEE

Responsabile Scientifico Canale Cefalee:
Dr.ssa Sheila Leone - Specialista in Farmacologia
12/07/2018, 16:10

leishmaniosi, emilia romagna, pappataci, cani



Emergenza-leishmaniosi:-in-Emilia-Romagna-è-un-pericolo-per-cani-e-proprietari


 Sono sinonimi di gite all’aria aperta l’estate e il caldo, ma rappresentano altresì il periodo dell’anno in cui proliferano fastidiosi parassiti..



Sono sinonimi di gite all’aria aperta l’estate e il caldo, ma rappresentano altresì il periodo dell’anno in cui proliferano fastidiosi parassiti quali i pappataci o flebotomi, piccoli insetti simili alle zanzare di 2-4 mm che, nutrendosi con il sangue del cane, trasmettono o diventano vettori di diverse malattie la più pericolosa delle quali è la Leishmaniosi. Infezione fatale per l’animale nella maggior parte dei casi, soprattutto per il coinvolgimento degli organi interni.
Una patologia frequente nel sud dell’Europa con una prevalenza pari al 75%. In Italia è diffusa in Liguria, in tutte le regioni del Centro-Sud e nelle isole. Recenti indagini epidemiologiche hanno evidenziato focolai anche al Nord, in aree finora considerate indenni come le zone collinari di Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna.
«La prevalenza dell’infezione nel cane, negli ultimi 5 anni, si attesta intorno all’1-2%» conferma Mauro Cavalca, direttore del Servizio sanità animale AUSL di Parma . «Dai dati emerge un allarme soprattutto per l’uomo. La diffusione del vettore, a causa anche del cambiamento climatico che ne favorisce lo sviluppo, fa sì che si possa considerare endemica buona parte dell’Italia. La malattia nel cane non è guaribile, ma può essere tenuta sotto controllo con terapie specifiche».
Nell’uomo si manifesta in modalità più leggera che nel cane ma, in assenza di terapia, può diventare grave in bambini, anziani e soggetti immunodepressi.
«L’interesse per questa malattia si è sviluppato soprattutto negli ultimi anni in seguito all’aumento, dal 2013, dei casi di leishmaniosi viscerale e cutanea nell’uomo in Emilia-Romagna», ha commentato Bianca Borrini del Servizio igiene epidemiologia e sanità pubblica AUSL di Parma. «La causa è in parte da ricondurre al vettore, il flebotomo, che a causa delle condizioni climatiche si è diffuso maggiormente in alcune zone della regione. Già dal 2009 era stato istituito un sistema di sorveglianza regionale dedicato, ma dal 2014 è nato anche il Laboratorio di riferimento per le diagnosi molecolari e sierologiche umane, che ha permesso di affinare le capacità diagnostiche, sensibilizzando sempre di più i clinici sulla malattia. Fino al 2012 si registravano nel territorio regionale 5-10 casi l’anno, per arrivare nel 2013 a circa 40. Parma fino ad oggi è stata fuori dalla zona più problematica, l’endemia maggiore si è registrata nelle province di Modena, Bologna e Reggio Emilia. È necessaria una diagnosi precoce e specifica nell’uomo: la leishmaniosi cutanea, infatti, può guarire da sola, mentre quella viscerale, che coinvolge gli organi interni, può portare complicanze importanti».
Un focolaio, quello emiliano, da non sottovalutare e gestire urgentemente con azioni di mappatura della malattia e prevenzione sui soggetti sani. Per questo diventa sempre più importante il ruolo del veterinario per convincere i proprietari di cani ad utilizzare prodotti idonei, così da ridurre la trasmissione del parassita.
«È fondamentale, per la profilassi degli ectoparassiti durante il periodo estivo, che medici veterinari siano informati sulla necessità di usare un prodotto che abbini all’azione insetticida contro pulci e zecche anche quella repellente e insetticida contro i pappataci. Si tratta, infatti, dell’unica soluzione in grado di ridurre il rischio di trasmissione di leishmania, poiché in un animale trattato i pappataci non solo non arrivano a pungere, ma sono eliminati grazie all’azione insetticida. Se il parassita viene solo allontanato, invece, resta attivo e pronto a colpire altri soggetti. Ancora di più importante è proteggere i cani già malati, per ridurre il rischio che i flebotomi possano infettarsi e trasmettere l’infezione ad altri cani o all’uomo e, se comunque infettati, perché muoiano prima di trasmettere il parassita. Solo in questo modo è possibile controllare questa grave malattia riducendo i rischi sia per il cane sia per l’uomo».



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